Un lungo cammino…

La propria strada è celata




Il dolore filo rosso
tra un vano e l’altro
tra due parole al volo
filo intrecciato alla mente
ai consueti gesti del presente
ottunde il tuo pensiero
rabbuia la luce spegne ogni cosa.

Il dolore filo rosso
disegna ellissi nel pensiero
nodi attorcigliati nel tempo
dei ricordi fa scempio
dei saturi colori fa bianco e nero
ridisegna il passato nella nebbia
nebbia che nasconde che confonde.

Il dolore filo rosso
non ti abbandona mai
come ombra d’un sole spento
legata alle dolenti caviglie
con i ricordi gioca a biglie
cerca l’arcobaleno tra gocce
di pioggia fine: fil di cotone.

Il dolore filo rosso
distrae le onde e l’orizzonte
ombre di lontani monti
disegnano pentagrammi
tra le lattee nubi adagiate
sulle vette come veli da sposa
un matrimonio tra terra e cielo.



Con il cuore in gola,
la testa sconvolta,
gli occhi allucinati,
scrissi una poesia!
Il mondo frantumato
davanti ai miei occhi,
inondava la polvere
i miei ricordi, le emozioni!
Tutto crollava a terra,
torre della nostra superbia.

“Scimmie” urlatrici gioirono
la vittoria, festeggiarono
distribuendo dolci e miele,
da quel settembre è guerra
subdola, vile nel banale
dei giorni, dei mesi, degli anni
non cambieremo abitudini!
in coro tutti gridammo,
eppure le cambiammo.
Alieni nomi i secolari nemici!

Al Queda, Boko Haram, Isis,
demoni che oscurano il sole,
in nome d’un Dio crudele e spietato
che alletta, con psicosi sessuali
di donne sottomesse e schiave,
ogni crudele assassino d’innocenti
umani, di ogni altra fede, ogni credo
è blasfemo, ai loro occhi di sangue
iniettati, setta di diavoli e demoni
tumore della pace, cancro dell’amore!




La mia esistenza segnata
dal peso d’ogni semplice gesto,
dal dolore costante ed assillante
notte e giorno, giorno e notte,
senza tregua né riposo alcuno.

Stringo i denti vivo alla giornata,
con una spada di Damocle
sulla mia testa – stanca esausta –
sui miei pensieri anchilosati
stanchi arti non esercitati.

Come una pallottola d’oro
costantemente puntata,
sulla mia serenità ferita
la mia felicità tramortita,
dalle onde travolgenti e oscure.

Gioco di specchi e d’inganni
alleviate dalla scrittura di versi
di miei racconti immaginari
ove il dolore non esiste nascosto
tra le pieghe della mente…



Non v’è attimo di pace
l’informazione truce insegue
ogni tuo passo ogni parola
cerchi quiete nel sonno
ma, digitali incubi t’inseguono
dove sono le verdi colline
i monti innevati, fredde piramidi
innalzate dalle viscere della terra
osservano le stelle e gli uomini
li connettono con la loro maestà
osservano uomini sfidarli con coraggio
uomini che volano sino alle stelle
connessi alla terra l’osservano
dall’alto: pianeta tra pianeti
galassia tra galassie interconnesse
un filo rosso tutto congiunge:
l’animo umano la meraviglia scopre
connettendo gli uni agli altri: unisce…




Allorché ti soffia sui capelli
il respiro cupo della morte,
tra le macerie del tuo corpo
cerchi segni riconoscibili di te,
ricomponi i miliardi di tasselli
della tua vita d’ogni tua sorte,
se manca qualche frammento,
vai cercandolo nei ricordi di te
di chi t’ha conosciuto in passato,
allorché il soffio non si era avverato
del cupo respiro è vivo il ricordo,
cerchi un sorriso vicino a te
una semplice parola di conforto…


Allorché la mente stanca riposa
dalle mille vane sollecitazioni
da giorni occupati da guerre
e quelle notti di vuote parole
nei talk show delle televisioni
blaterano di paese senza prole
i centenni superano la paura
diventano star dei giornaloni
da bambini a vecchi in un lampo!

Le mie spalle si piegano al peso
di combattute lotte e battaglie
con me stesso, i miei tanti limiti
con corone dorate di endecasillabi
ed unguenti di versi sulle ferite
la mente cerca riposo dal dolore
costante che ottunde è narcotizzata
dal bagliore delle pagine bianche
che s’offrono come vergini a me.

S’offrono nude ed impaurite
come preda di fronte alla tigre
le dita cercano parole assopite
tre le pieghe di cento sinapsi
nell’attesa di una rima son pigre
assonnato gli occhi si chiudono
cercano astri e stelle smarrite
come uomini perduti nel frastuono
di questa umanità nella modernità…



La pesantezza dei gesti
semplici abituali, del vivere
accentuata dall’afa, dal caldo
rende pesante persino il pensiero
offusca la luce rende tutto nero
i gesti appaiono semplici e naturali
nell’abitudine del vivere sani
appena la salute s’offusca e cede
di leggero non v’è più nulla
alla vita felice neppure si crede
la serenità è il suo presupposto
sotto i massi del dolore, svanisce
con essa la felicità vacua perisce
i gesti pesanti, eran prima leggeri
divenuti massi arcigni e severi
disorientato è lo sguardo…



Perso tra mille parole
tra mille truci immagini
troppi libri da leggere
troppe inutili sollecitazioni
cerco il silenzio assoluto
per dissetare la mente
che ribolle di parole e versi
versi che vorrei fossero fari
nel buio d’un mondo in delirio
ove in nome d’una fede
si uccidono e crocifiggono
tanti innocenti di altre fedi.

Questo folle mondo affonda
in un mare inquinato e lercio
nel sottofondo una sirena urla
il dolore dell’umanità tutta…



Non per essere vanitoso
ma i miei versi non son banali
se cento persone sono colpite
dai miei versi, non sono certo
tutte insincere, la somma di mille
bugie, non son forse la verità?

Non è certo un loro malevole
complotto, finger emozione sincera
se quest’emozione da me scaturita
con una silloge dei miei versi non è vera
ma frutto sapiente di capacità
di trasformare l’emozione in parole.

Sin dalla mia infanzia bolliva dentro
il desiderio di esprimere la mia sensibilità
inizialmente con i colori dell’arcobaleno
miscelati con maestria sulla tela grezza
rappresentare paesaggi o ritratti di dame
destreggiandosi con le ombre e la luce.

Sognando d’essere un Leonardo
o un Van Gogh un Modigliani
nella dura realtà i sogni sfumati
le mille sfumature e tono d’ogni colore
rappresentare ogni cosa dal sole baciata
ma ho tramutato i pennelli in parole.



Penso di essere un uomo resiliente
sollevatosi da ciò che atterra tanta gente
da ragazzo sognavo di fare il pittore
circostanze avverse m’han fatto ragioniere

ma dentro me la creatività ribolliva
appesi i pennelli e cavalletto al muro
ho tramutato il mio sogno futuro
con tenacia e caparbietà divenni poeta

il destino ostile mi fece sfiorar la morte
ingannata da Ananke che mutò la mia sorte
sopravvissuto con l’orrore d’aver smarrito
il mio dono di trasformare in versi

in terzine o sonetti e mie emozioni
tramutate in versi che colpiscono i cuori
delle persone nell’animo me affini
tenace e testardo ho ritrovato me stesso.